Ti va di giocare?

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«Ti va di giocare?»
«Sto lavorando.»
«Che ne dici quando smetti di lavorare?»
«Non smetto mai di lavorare.»
«Oh :-( »

Questo dialogo è tratto da una scena di Mr. Magorium e la bottega delle meraviglie, un film statunitense del 2007 diretto da Zach Helm, in cui un adulto di fronte alla richiesta di un bambino tanto naturale e spontanea come quella di giocare, si sottrae giustificandosi che deve sempre lavorare.

La società moderna dà poco valore al gioco, perché si pensa che non produca nulla. Oggi a soffrire è soprattutto l’infanzia che ha meno tempo di gioco libero rispetto al passato. I bambini sono impegnati in molte attività dopo la scuola. Quasi ogni pomeriggio frequentano corsi per apprendere uno sport, imparare a suonare uno strumento musicale, una lingua straniera o acquisire abilità creative e artistiche. Ogni spazio di tempo libero viene organizzato con l’obiettivo di offrire più possibilità di sperimentazione e di crescita. Se da un lato questo desiderio è segno di una diffusa attenzione e cura per lo sviluppo armonico del potenziale di ogni bambino, dall’altro è importante ricordarsi di lasciare spazi e tempi di libertà al bambino in modo che possa sperimentare le proprie inclinazioni e conoscersi anche attraverso giochi che diano spazio all’immaginazione.
Oggi, non solo i bambini, anche gli adulti hanno meno tempo da dedicare al gioco, impegnati come sono nel lavoro sempre più pervasivo a causa degli strumenti digitali che li accompagnano ovunque e donano a tratti una sensazione di ubiquità che fa venire meno il senso dello stare realmente insieme.

Non è stato sempre così, fin dall'antichità la dimensione del gioco si declinava in partecipazione a riti, culti, feste e tutte quelle dimensioni sociali collettive che nella storia dell'uomo hanno dato origine alla nascita delle civiltà. Come sostiene in ”Homo ludens” Johan Huizinga, storico olandese tra i maggiori ricercatori sulla relazione tra cultura e gioco: “Nei giochi e con i giochi la vita sociale si riveste di forme sopra-biologiche che le conferiscono maggior valore. Con quei giochi la collettività esprime la sua interpretazione della vita e del mondo. Dunque ciò non significa che il gioco muta o si converte in cultura, ma piuttosto che la cultura nelle sue fasi originarie, porta il carattere di un gioco.”

L'adulto, oggi, ha messo da parte questa dimensione fondamentale per il proprio benessere e per quello delle persone che gli vivono accanto demandando a specialisti, fuori dal contesto familiare, l’organizzazione delle attività ludiche.

Ricominciare a giocare può essere faticoso soprattutto con i propri figli ma ne vale la pena, perché è un’occasione per riattivare una disposizione al gioco, alla sperimentazione, all’esplorazione che spesso per diventare grandi ci è stato chiesto di mettere da parte.
Il gioco è un linguaggio, un modo di stare in relazione che permette di stare insieme sperimentando momenti di benessere e di crescita dal punto di vista cognitivo, emotivo e relazionale per noi e per i nostri figli.

Maria Cristina Debenedetti

Architetto, educatrice e cultrice della materia in Pedagogia del gioco
presso il Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell'Università di Milano-Bicocca.

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