Racconto: Buonanotte mondo!

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- Buonanotte, mondo! - grido, arrabbiata. Sono ira fusa.
Non è una novità, ce l’ho con tutto e con tutti: con il disordine atomico della mia camera, con il letto troppo duro, la casa fredda, la mia famiglia sgangherata che ha il cuore in affitto. Anche con la Luna, che si mostra solo per metà.
- Dovrei prendermela con te, invece. Te, proprio te, Eugenio dei miei stivali! - esclamo, rivolgendomi al comodino.
- BUONANOTTE, EH! - strillo. E mi infilo a letto furiosa. Tiro coperte e lenzuola; stiro il cuscino, lancio la sveglia dietro la poltroncina bianca. Così domattina non suonerà; così non mi sveglierò, non andrò a scuola e non ti vedrò.
Semplice.



Invece: ore 7,00, la sveglia fa il suo dovere trillando, impazzita. Non la smette finché non mi alzo e, brontolando e ciabattando, non mi chino e non la spengo. Mugugnando, le prometto un lancio migliore, stasera.
Intanto preparo lo zaino; ci infilo dentro quadernoni, libri, astucci, diario. Però, non posso guardarlo - lo zaino, intendo - senza pensare ancora a te, Eugenio. Abiti sulla cima della montagna dei miei pensieri, maledetto te!
Sofia, la mia unica amica molto saggia, mi ripete da anni: - Ma come fai a essere innamorata di uno così?
In risposta, faccio spallucce: ha ragione lei. Che posso dire?
Sei bello come un paio di scarpe strette e logore, intelligente come lo zerbino di nonno, originale come i giornali di enigmistica di zio, alto come me - che supero a malapena il metro e cinquanta.
Ma sei tu, purtroppo: terreno troppo noto, profumo di casa, pensieri trasparenti, gusti a memoria, passo familiare.
E, oggi, è di nuovo lunedì. Ho l’intera settimana davanti; per desiderarti e pensarti ogni secondo.

Giorno minato, il lunedì.

Sarei dovuta restare a letto, improvvisando un’influenza: di quelle teatrali, con conati e vomito, con tosse mostruosa e febbre altissima.
Al contrario, non mi sono lavata ma mi sono vestita, ho ingurgitato latte freddo, ingoiato una merendina vecchiotta, afferrato lo zaino, salutato senza parole madre chioccia, fratellino piovra, padre che non c’è. Infine sono uscita, con la pacatezza di chi sia inseguito.

Prima mina vagante di oggi…

Androne del condominio, sfilza di cassette postali. Prima di uscire non posso evitare di sbirciare il vetro trasparente della nostra cassetta. Che appare immacolata: all’interno nemmeno un opuscolo pubblicitario. E io che speravo in un bigliettino d’amore a sorpresa o in un pacchetto regalo…
Sogghigno di me stessa. Lui sarà “uno così così”, ma io sono peggiore. Una sciocca senza speranza.

Seconda mina vagante?

Arrivo a scuola: solita aula, stessa classe annoiata. Col cuore che balla hip hop, sbircio sotto il banco: trovo polvere, graffi sul legno e gomme mangiucchiate. Nient’altro.
Strambo sperare di intravedere qualcosa di diverso soltanto perché oggi è… un nuovo lunedì di una nuova settimana.
Nessuna sorpresa, nessun fiore.
Logico.
Tu invece ci sei, Eugenio: stai ripassando storia. Alzi il viso, mi fissi con noncuranza, non mi saluti.
Ovvio.
Mi siedo, certa che anche oggi, come in tutti gli altri lunedì che ho vissuto, non succederà nulla. Certa che nessuno - men che meno te - mi sorprenderà, e che rimarrò combattuta tra speranza folle e concretezza dolorosa. Per lunghe ore e giorni, fino al prossimo lunedì.

Terza mina di oggi…

Ora di antologia: leggiamo a turno, prof compresa, poesie brevi sull’amore.
- Dedicatela a qualcuno, ragazzi: siate romantici! - ci sprona la prof. Persino più sciocca di me.
Quando mi tocca, me la sfango nominando mio fratello. Invece, tu? Chi nominerai?
Pregusto nella mente il suono del mio nome centellinato dalla tua bocca… E-L-I-S-A!
- Beatrice - mormori, misterioso, - come quella di Dante.
Chi sarà mai questa Beatrice? Forse il tuo amore ideale, come per il Sommo Poeta?
Oppure… esiste, Beatrice?
Bah.



La quarta mina vagante non ci sarà, stavolta” prometto a me stessa. E incrocio le dita sotto il banco. Che, poi, so anche qual è: sono io che sogno un bacio tra te e me. Beh, spiacente, stavolta, non ci casco! Io-non-ti-sognerò. E-non-ti desidererò. Anzi: sai che ti dico? Non ti penserò proprio. Mai più.
La campanella suona, l’ora finisce, la prof si alza ed esce. Io pure; faccio per seguire gli altri che già rumoreggiano nel corridoio, se non fosse che…
Che tu ti metti in mezzo tra la porta e me, mi prendi le mani, ti avvicini e, con aria intensa, mi baci. IN BOCCA!
Ohmmammamia!



Non posso crederci! Dopo secoli, in un bagliore d’incredulità, questo lunedì diventa sogno finalmente realizzato. Uahu. Possibile?
Riapro gli occhi, ti guardo negli occhi: i tuoi ridono.
- Scusami, sai, Eli, scusami - mormori tu, per nulla turbato, guardandomi e ridacchiando. - Siamo compagni di scuola, perciò, mi sono permesso! Con te non ho difficoltà, né imbarazzi. Ci conosciamo da anni.
- Che, che intendi?
- Avevo bisogno di fare una prova.
- Una… prova? - chiedo, più sciocca di sempre.
Tu mi scansi, con poca gentilezza. E ti scansi. Poi, aggiungi: - Già, dovrò baciare il Mio Amore per la prima volta, stasera… Dovrò baciare lei, Beatrice, e non so ancora come farlo né che cosa dirle. Nessuna era meglio di te per un bacio tipo, per un bacio clone! Soltanto esercizio: senza trasporto, senza passione.
- Nessun problema - dico, freddamente. - Mica ci amiamo! Mica ti amo! Chissene importa dei baci e dell’amore!
- Eh, sì, eh! Grazie, Eli - concludi. Poi, mi volti le spalle e te ne vai.
Ecco. Lo dicevo io che non potevo crederci! Che i lunedì non diventano mai sogni.
Beh, buonanotte, mondo!

Gabriella Santini
28 Febbraio 2018

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